Prigionieri alleati a Roccacasale

L’8 settembre 1943 l’esercito italiano viene lasciato senza comandi, le truppe sono allo sbando in tutti i teatri di guerra, al campo 78 di Fonte D’Amore gli ufficiali in comando non hanno ordini precisi su che cosa fare dei prigionieri detenuti. Il campo di Fonte D’Amore fu istituito della truppe italiane durante la prima guerra mondiale, durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato per tutti i prigionieri catturati in Africa e in altri luoghi di guerra. Alla data dell’8 settembre erano presenti al campo 78 persone di tutte le nazionalità.

Con l’armistizio quei detenuti erano diventati alleati e gli alleati tedeschi invasori, tedeschi che nel contempo stavano occupando di fatto l’Italia e di lì a poco era atteso l’arrivo di una colonna tedesca ostile al campo 78. Gli ufficiali italiani in comando a Fonte D’Amore non avevano ricevuto precisi ordini e fra di loro c’erano due linee di comportamento diverse, alla fine molti prigionieri, con la connivenza delle autorità italiane furono fatti fuggire prima dell’arrivo delle truppe tedesche. I prigionieri si dispersero a centinaia sul Morrone e sulla Maiella con la speranza di attraversare il fronte e ricongiungersi alle truppe alleate che intanto stavano risalendo l’Italia del sud.

I prigionieri prima di organizzarsi per tale scopo furono costretti a rifugiarsi nei paesi della Valle Peligna. A questo punto della storia, siamo a metà settembre 1943, inizia un periodo straordinario a livello umano. I prigionieri fuggiti dal campo di concentramento trovarono nelle popolazioni di tutti i paesi della valle sostentamento e aiuto gratuito e disinteressato. La popolazione, conscia del fatto che quelle persone sfuggivano ai tedeschi, ora nemici dell’Italia e degli italiani, e che quindi avrebbero subito rappresaglie se avessero dato loro aiuto, continuò nell’opera cristiana di dare rifugio e assistenza a i bisognosi. A Roccacasale si stima che i prigionieri nascosti e supportati dalla popolazione erano circa trenta ma alcune fonti orali riportano addirittura il numero di cinquanta persone.

I prigionieri durante la permanenza a Roccacasale si nascondevano nelle numerose grotte che circondano la parte alta del paese e addirittura alcuni trovavano nascondiglio dentro le abitazioni. Le donne del paese a turno si organizzarono per portare loro da mangiare. Molti prigionieri addirittura di notte uscivano liberamente per le strade e la domenica partecipavano alla messa. Il pericolo era che i fascisti presenti in paese potessero denunciarli ai tedeschi.

Molti anni dopo la fine di quel periodo molti di quei prigionieri che poi da Roccacasale erano riusciti a ricongiungersi alla truppe alleate sfuggendo ai rastrellamenti dei tedeschi e quindi riuscirono a salvarsi tornarono a visitare Roccacasale ricordando quella gente e quei luoghi che avevano teso loro una mano in un momento critico condividendo quel poco di cui si disponeva. Molti prigionieri alleati dopo la fine del conflitto e tornati nei loro paesi di origine scrissero dei libri e fondarono delle associazioni per ricordare quei tragici fatti ma anche la grande solidarietà e umanità trovati tra le gente d’Abruzzo.

The way out Uno di questi è Uys Krige, uno dei più importanti scrittori sudafricani, che racconta la sua storia nel libro “The Way Out” tradotto in italiano col titolo “Libertà sulla Maiella”. Krige era un capitano dell’esercito sudafricano, fatto prigioniero in Cirenaica dagli Italiani fu deportato nel campo di Sulmona. Nel suo libro Krige esprime, come scrive Silone: “l’elogio più sincero e serio che sia mai stato scritto sulla gente di questi monti”.

Di seguito si riporta un passo della prefazione al libro “L’avventura di un povero cristiano”, scritta da I. Silone:

[… ] fu in un primo incontro a Roma, verso la fine del ‘44 che il Krige mi parlò con le lagrime agli occhi dei pastori di Roccacasale, di Campo di Giove, di Castelverrino, di Pietrabbondante, di Capello. Egli non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate. Alcuni episodi appresi dalla sua viva voce non li avevo più dimenticati.

[… ] sulle pendici del Monte della Rocca, essi raggiunsero il villaggio di Roccacasale. Benché questo fosse già gremito di ex-prigionieri, e non vi fosse più una sola famiglia ad esserne sfornita, i tre furono ugualmente accolti a braccia aperte. L’intera popolazione, poverissima, si dava da fare dalla mattina alla sera per procurare agli ospiti una alimentazione decente, mentre i tedeschi affiggevano sui muri manifesti che minacciavano la pena capitale a chiunque aiutasse i prigionieri alleati evasi. Un giorno i tedeschi arrivarono con un camion e prelevarono 30 ostaggi.

Con l’avvicinarsi dell’autunno apparvero sui pascoli delle vicinanze i primi greggi in transumanza verso le puglie. Era la meta a cui pensavano i militari alleati fuggiaschi. A uno di quei greggi si accodò anche il Krige. Lo conduceva un pastore che ne era anche il proprietario, un tale Bartolomeo (ndr. Bartolomeo Cotta di Roccacasale). Ben presto il Krige si accorse che anche gli altri uomini al servizio di Bartolomeo erano falsi pecorai. Strada facendo, essi incontravano altri greggi col medesimo eccesso di guardiani; tutti erano diretti verso il Sud.

Durante una sosta notturna in prossimità del fronte, vari pastori vennero da Bartolomeo. Essi erano in grave apprensione. Sedettero intorno ad un grande fuoco sul quale arrostiva un agnello appena scuoiato e parlarono quasi tutta la notte. Da una grotta vicina il Krige, che sapeva un po’ di italiano, poté seguire tutta la loro conversazione. A turno i pastori parlarono del pericolo imminente. Il passaggio del fronte, dicevano, non sarebbe stato facile. Di notte? Impossibile, le pecore si sarebbero disperse, alcune sarebbero precipitate in qualche burrone, si sarebbero ferite, i cani avrebbero abbaiato, avrebbero dato l’allarme, destato l’attenzione delle sentinelle; di giorno, ancora peggio, sarebbero con certezza stati avvistati dai tedeschi che avrebbero sparato. Il travestimento degli ex-prigionieri non li avrebbe ingannati; erano troppo giovani e biondi e signorili, anche vestiti da contadini.

I pastori si scambiarono le ultime notizie sulle rappresaglie tedesche contro la popolazione civile. Erano stati sequestrati mandrie di vacche e greggi di pecore, erano state fucilate varie famiglie. La conversazione andò avanti con lunghe pause e ripetizioni di cose già dette. Erano gli argomenti del buon senso. Il Krige prevedeva la triste e inevitabile conclusione, che però nessuno osava proporre apertamente. Lo steso Bartolomeo disse: “Avete ragione. Nessuno potrà darci torto”.

Il Krige stava per alzarsi e dichiarare ai pastori che condivideva la loro preoccupazione; avrebbe radunato gli altri ex-prigionieri che si trovavano nelle vicinanze e discusso con essi come affrontare il pericolo da soli, come militari. Ma Bartolomeo aveva ripreso a parlare. “Abbiamo portato questi uomini fin qui”, diceva, “sono forestieri, non conoscono la montagna. Come possiamo abbandonarli? Siamo cristiani, no?” Nessuno tra i pastori mosse obiezione, la transumanza continuò per la strada prevista ed ebbe fortuna, avendo i tedeschi, poche ore prima, evacuato quel tratto di fronte.

Prima di lasciare Roma e tornarsene nel Sud-Africa, nel 1945, Uys Krige mi prese a testimone di sue suoi voti: avrebbe scritto un libro su questa contrada che egli chiamava “terra amica e prediletta”, e appena possibile sarebbe tornato portando con se sua figlia, nella convinzione che avrebbe giovato all’educazione della ragazza conoscere quei posti e quella gente… ”