L’eccidio al cimitero di Sulmona

La storia di un piccolo paese come Roccacasale raramente entra a far parte della storia importante, la storia nazionale, per così dire, ma ci sono momenti del passato di un piccolo paese che è importante ricordare e far conoscere perché è una storia più vicina alla gente, in un certo senso, è una storia più vera.

È una storia fatta di persone comuni e da persone comuni, è una storia spesso fatta di grandi tragedie e di grandi atti di eroismo, fatti che spesso vengono trascurati dalla storia importante, la quale di solito li risolve con due righe; ma in quelle due righe sono nascoste tutte quelle povere persone che hanno dovuto subire umiliazioni e angherie da un nemico arrogante, ma che hanno anche saputo reagire in maniera decisa ed efficace, fedeli al valore e all’amor di patria delle antiche popolazioni abruzzesi, alzando la testa lì dove un nemico urlante parole incomprensibili imponeva di chinarla.

Dopo questa doverosa premessa si passa ad esporre il tema centrale dell’articolo, e cioè l’eccidio commesso dai tedeschi ai danni di alcuni cittadini Roccolani durante l’occupazione tedesca.

Era l’8 settembre 1943, il Maresciallo Badoglio comunicava alla radio la firma dell’armistizio con le truppe anglo-americane che, già sbarcate in Sicilia e ad Anzio, stavano risalendo l’Italia per liberarla dai fascisti e dai tedeschi. Liberare l’Italia dai tedeschi: quelli che fino a poche ore prima erano gli alleati diventavano di colpo i nemici. I dislocamenti nazionali dell’esercito appresero la notizia dalla radio; fu lo sbando, le truppe si ritrovarono senza comando, i militari italiani si ritrovarono di colpo a fronteggiare l’esercito tedesco che da alleato passava ad invasore, e a fare i conti con i bombardamenti degli alleati che cercavano di aprire la strada alle truppe di terra.

All’interno di questo spaventoso scenario di caos si venne a trovare la Valle Peligna nel settembre del 1943. A Sulmona, nei pressi di Fonte D’Amore era presente un vecchio campo di concentramento fatto costruire per i prigionieri della prima guerra mondiale; durante la seconda fu utilizzato dalle truppe italo-tedesche per i prigionieri alleati. Alla notizia dell’armistizio i comandi italiani del campo, meglio noto come campo n. 78 (dalla numerazione che i tedeschi diedero a tutti i campi di concentramento sul territorio italiano), furono colti dal dubbio di lasciare fuggire i prigionieri ora alleati o consegnarli ai tedeschi ora nemici-invasori.

Nella totale indecisione molti prigionieri si diedero alla fuga scappando attraverso le montagne col fine ultimo di passare il fronte e ricongiungersi alle truppe alleate che risalivano l’Italia. I giovani prigionieri si rifugiarono, per trovare un primo soccorso, nei paesi che circondano la Valle Peligna. In tutti i paesi erano presenti decine di prigionieri che ricevettero aiuto disinteressato dalle popolazioni. Intanto i comandi tedeschi iniziarono i rastrellamenti, e venivano affissi manifesti in cui si intimava, pena la morte, di non dare aiuto ai prigionieri e di consegnarli.

Si passa ora all’esposizione dei fatti dell’eccidio al cimitero di Sulmona, premettendo che le informazioni di seguito riportate sono state ricavate dal libro “E si divisero il pane che non c’era”, un’importantissima pubblicazione del Liceo Scientifico Statale E. Fermi di Sulmona, una pubblicazione che apre una finestra sulla storia della Valle Peligna durante la seconda guerra mondiale.

Dopo la fuga dei prigionieri dal campo n. 78, le truppe tedesche si misero sulle tracce dei fuggiaschi. Il 17 ottobre venne cannoneggiato l’eremo di San Pietro Celestino sul Morrone in quanto si riteneva che ivi fossero nascosti. Nello stesso giorno i tedeschi setacciarono la zona morronese alla ricerca dei prigionieri, arrivarono fino alla zona del Castel D’Orsa, dove abitava la famiglia D’Eliseo, vivendo di pastorizia e agricoltura.

 Lapide all'entrata del cimitero di Sulmona

I fratelli D’Eliseo furono sorpresi con delle armi e furono condannati a morte come capi ribelli. Insieme a Giuseppe D’Eliseo e Antonio D’Eliseo, entrambi di Roccacasale, furono fucilati anche Antonio Taddei e Giuseppe De Simone, il primo di Roccacasale e il secondo di Pratola Peligna. La condanna fu eseguita il 20 ottobre alle ore 8 del mattino, all’entrata del cimitero di Sulmona (vedi lapide). Il manifesto affisso il giorno 21 ottobre, in cui si annunciava la fucilazione, giustificava tale atto dicendo che i 4 italiani erano stati trovati in possesso di rivoltelle, bombe a mano e altri arnesi proibiti.

La verità sul vero motivo della fucilazione dei quattro ancora non è stata trovata, data la scarsa possibilità di reperire fonti documentali certe. Per saperne di più ci si è basati su fonti orali, dalle quali risulta che i quattro erano solo povera gente che non aveva nulla a che fare con i movimenti partigiani, che aveva aiutato qualche prigioniero per semplice carità cristiana, e il possesso delle armi viene giustificato come un mezzo di difesa e non di offesa.

Diverse invece sono le versioni di Walter Cavalieri e di Costantino Felice. Nella testimonianza di Cavalieri si legge: “il 17 ottobre a Castel Dell’Orsa alcuni partigiani sbarravano il passo ad un forte contingente tedesco per consentire a numerosi prigionieri angloamericani di mettersi in salvo fuggendo verso i boschi. Dopo un violento scontro a fuoco, esaurite le munizioni e sopraffatti dal nemico, i partigiani Antonio e Giuseppe D’Eliseo, Antonio Taddei e Giuseppe De Simone venivano catturati e fucilati tre giorni dopo nei pressi del cimitero di Sulmona… ”.

La tesi di Felice è sostanzialmente analoga a quella di Cavalieri. Tale tesi è avvalorata nella documentazione conservata nell’Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani in cui il fatto è riportato in maniera molto sommaria ma in cui si legge: “breve combattimento al castello D’Orsa tra partigiani e tedeschi nel corso del quale quattro partigiani vengono fatti prigionieri”.

Concludendo l’esposizione di questi tragici fatti, al di là di una futura più certa verità sulla vera attività dei quattro, resta il fatto che si trattava di povera gente che certo non poteva competere con l’esercito tedesco e di sicuro si può affermare, come si riporta nel libro “E si divisero il pane che non c’era”: “… tale uccisione rappresenta il primo vero crimine contro la dignità umana perpetrata nella Valle Peligna, [… ] da allora la ferocia nazista non sembra aver limiti… ”.